Nel panorama degli studi letterari si registra una rilevante riscoperta filologica legata alla figura del grande poeta inglese John Milton. Nel 1669, a due anni di distanza dalla pubblicazione del celebre capolavoro Paradiso Perduto, l’autore diede alle stampe una raffinata e misconosciuta grammatica latina, nata dalla rielaborazione del diffuso manuale scolastico cinquecentesco di William Lily. All’epoca l’opera non ottenne il successo sperato a causa del declino politico di Milton, caduto in disgrazia dopo il crollo della repubblica guidata da Cromwell, e per via del contemporaneo mutamento dei paradigmi linguistici d’Europa, influenzati dalle nuove teorie filosofiche e razionaliste della logica di Port Royal. Per secoli il testo è rimasto confinato nelle raccolte storiche delle opere complete, ma oggi viene riproposto al pubblico italiano grazie alla collana di Letteratura Universale dell’editore Marsilio, in un volume tradotto e curato da Giulia Degano con l’introduzione del classicista Renato Oniga. Nelle intenzioni originarie di Milton, il trattato intendeva proporre un metodo di apprendimento del latino sintetico e accessibile sia ai giovani sia agli adulti, cercando di porre rimedio alla storica e diffusa insoddisfazione per i lunghi e faticosi percorsi accademici tradizionali legati allo studio delle lingue classiche.

La peculiarità e il valore scientifico di questo manuale d’epoca risiedono principalmente nel ricco apparato di brevi frasi d’autore utilizzate come esempi per illustrare le diverse regole morfologiche e sintattiche, frammenti di cui il moderno commento filologico rintraccia puntualmente le fonti originarie. All’interno della prosa si evidenzia una netta prevalenza di Cicerone, scelto non solo come modello stilistico assoluto ma anche per il suo profondo spessore etico e razionale, evidente nelle citazioni che celebrano l’ordine della natura umana o che, in pieno stile miltoniano, denunciano la corruzione morale, l’avidità e il tradimento. Nel repertorio della produzione poetica si impone invece il predominio di Virgilio e Ovidio, i cui testi creano un suggestivo parallelismo testuale e concettuale con la struttura stessa del Paradiso perduto. Le citazioni tratte dall’Eneide virgiliana, incentrate sulle peripezie di Enea tra luoghi oscuri e incerti dopo la distruzione di Troia, richiamano infatti l’andamento solenne e drammatico dell’esilio di Adamo ed Eva alla fine del poema miltoniano. Allo stesso modo, le formule mitologiche desunte dalle Metamorfosi ovidiane, come quelle legate alle figure dei serpenti, anticipano le soluzioni formali adottate dal poeta inglese per descrivere la metamorfosi demoniaca di Satana.
In conclusione, la pubblicazione di questo elegante volumetto secentesco offre una duplice opportunità culturale: da un lato permette ai lettori di osservare l’evoluzione della linguistica storica e di comprendere come venisse insegnata la lingua di Roma nel diciassettesimo secolo; dall’altro getta nuova luce sulla complessa erudizione di John Milton. L’opera dimostra in modo tangibile come la cifra stilistica del poeta, fondata su un perfetto equilibrio tra l’intensità delle passioni e il rigoroso classicismo della forma, affondi le sue radici proprio in una viscerale passione per la grammatica latina, la cui assimilazione strutturale si è rivelata decisiva per il successivo e straordinario percorso di rinnovamento della lingua inglese.
Eliza Anton
