Ho letto oggi la sinossi e la sceneggiatura di un film di Michelangelo Antonioni che nessuno conosce, e sono contento di raccontarvi quanto ho avuto la fortuna di vivere leggendo le parole del mitico maestro del cinema mondiale.
Il film comincia nel 1202 con il giovane Francesco imprigionato nel carcere Campo di Battaglia, in Perugia. Sorride, guarda la pioggia attraverso una finestra senza vetri. Ogni tanto delle gocce di pioggia entrano nella cella. Francesco le segue con lo sguardo fino a che non toccano terra… La storia del santo raccontata evitando l’aspetto miracolistico della sua attività e dove non possibile, come nel caso delle stimmate, elementi realistici attenuano quell’aspetto dell’evento. Il film riesce a disancorare la figura di Francesco dalla leggenda e calarla nella realtà. Sfuggire al mito di Francesco “giullare di Dio” e mostrare l’uomo. Le vicende narrate non sono tutte di dominio pubblico perché taluni fatti non fanno parte della iconografia tradizionale e più nota del santo. Taluni quasi eccessivamente realistici e crudi, ma non si deve aver paura di questo. Il resto della vita di Francesco è tale da trascendere qualsiasi verismo.
Il film finisce con la morte avvenuta nell’anno 1226. Francesco è ormai cieco. Vede delle ombre alla luce del giorno, il buio completo di notte. È ridotto pelle e ossa. Fegato, milza, stomaco, vene, muscoli: tutto consumato. Si può dire che il suo fisico non esista più, c’è solo lo spirito, più forte che mai. “Libera dal carcere la mia anima” sono le sue ultime parole, poi, dopo la grande invocazione, si fa nella capanna un gran silenzio.
C’è stoffa, c’è trama, c’è tutto. Per nulla sorpreso. Antonioni. Michelangelo Antonioni.
Angelica Loredana Anton
