Il 26 maggio si celebra il centenario della nascita di Miles Davis, figura cardine della musica del Novecento capace di travalicare i confini del jazz per imprimere una svolta permanente all’intera cultura musicale. Paragonato a Picasso per la versatilità e per la dedizione alla pittura nell’ultima fase della sua vita, Davis ha fondato la propria arte sull’individualità del suono e su una filosofia esecutiva riassumibile nella formula “less is more”, dove le pause e i silenzi assumono lo stesso valore delle note. Oltre a essere un sommo trombettista, si è distinto come leader e assemblatore di talenti, legando la sua parabola artistica all’evoluzione stessa dei generi e avviando la prima rivoluzione musicale a soli 22 anni, dopo essersi formato nei club del Be Bop della 52ma strada a New York al fianco di Charlie Parker e Dizzy Gillespie e aver abbandonato i corsi accademici della Juilliard School.

Nel 1948, la collaborazione con il compositore e arrangiatore Gil Evans porta alla nascita di “Birth of the Cool” e della “Tuba Band”, inaugurando l’era del post Bop con un sound più rilassato. Dopo aver superato un periodo di forte dipendenza dall’eroina – durante il quale affina l’uso della sordina, suo futuro tratto distintivo – Davis vive un decennio cruciale negli anni ’50.

Crea il suo primo grande quintetto con John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones, e nel 1959 incide “Kind of Blue”, l’album manifesto del jazz modale e pietra miliare della musica improvvisata. Negli anni successivi, Davis rinnova ancora le regole del gioco costituendo il suo secondo grande quintetto insieme ai giovani profili di Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams.

Dalla seconda metà degli anni ’60, influenzato dalla moglie Betty Mabry, Davis scopre la musica di Jimi Hendrix e Sly Stone, avviando l’elettrificazione del suo gruppo (in cui militarono anche Keith Jarrett e Chick Corea). Capolavori come “In a Silent Way” e il best seller “Bitches Brew” pongono le basi del jazz-rock e della Fusion. In questa fase, supportato dal produttore Teo Macero, sperimenta pionieristiche tecniche di manipolazione del materiale in studio, mentre i dischi dell’epoca diventeranno una fondamentale fonte di campionamento per l’hip hop.

Dopo un nuovo ritiro dalle scene per problemi di salute alla fine degli anni ’70, Davis ritorna nel 1981 con l’album “The Man With The Horn” e incide “Tutu”, prodotto da Marcus Miller. Prima della sua scomparsa nel 1991, il musicista ha continuato a ridefinire gli standard pop (reinterpretando brani di Cyndi Lauper e Michael Jackson), ha collaborato con artisti come Prince e Zucchero e, infine, guidato dall’amico Quincy Jones, ha riproposto dal vivo al Festival di Montreux i suoi storici classici orchestrali

Eliza Anton