Il sociologo e filosofo francese Edgar Morin si è spento all’età di 104 anni, come confermato dalla vedova alla stampa transalpina. Nato a Parigi l’8 luglio 1921 con il nome di Edgar Nahoum da una famiglia di ebrei sefarditi di origine greca, fu una figura di primo piano della cultura novecentesca e contemporanea. Il suo attivismo politico ebbe inizio con l’adesione all’antifascismo durante gli anni della guerra civile spagnola; successivamente, nel 1941, si iscrisse al Partito Comunista Francese e prese parte attiva alla Resistenza contro l’occupazione nazista, contesto in cui adottò lo pseudonimo “Morin” come nome di battaglia, partecipando poi in prima linea alla liberazione di Parigi nel 1944. Nel dopoguerra, la sua ferma opposizione e la feroce critica nei confronti del totalitarismo stalinista determinarono nel 1951 il suo definitivo allontanamento e l’espulsione dal partito, un’esperienza biografica e ideologica che lo stesso pensatore avrebbe poi rielaborato e descritto nel volume autobiografico Autocritica del 1959.
Dal punto di vista accademico e professionale, Morin ha legato a lungo il proprio nome al Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS), ricoprendo il ruolo di direttore di ricerca per la sezione di scienze umane e sociali. Nel corso degli anni Cinquanta, i suoi interessi scientifici si orientarono verso i fenomeni emergenti della modernità, focalizzandosi sul divismo, la condizione giovanile e le dinamiche della cultura di massa.
In questo periodo storico avviò un approfondito percorso di studio sul cinema, culminato nel 1956 con la pubblicazione del saggio Le Cinéma ou l’Homme imaginaire, testo pionieristico in cui analizzò i meccanismi psicologici di proiezione e identificazione dello spettatore cinematografico con l’immagine. All’attività di ricerca affiancò un costante impegno editoriale: collaborò con prestigiose testate d’opinione, fondò la rivista Arguments per dibattere sui grandi temi geopolitici e sociali dell’epoca e, nel 1967, diede vita alla rivista Communications insieme a intellettuali del calibro di Roland Barthes e Georges Friedmann.
La svolta epistemologica nella produzione intellettuale di Morin si consolidò alla fine degli anni Sessanta, a seguito di un soggiorno di ricerca presso il Salk Institute in California, dove l’incontro con la genetica e le scoperte sul DNA rivoluzionarono la sua visione scientifica. Da quel momento, il filosofo si dedicò alla formulazione del pensiero complesso, una prospettiva teorica fondata sulla convinzione che la realtà, la società e l’essere umano non possano essere compresi attraverso discipline frammentate o compartimenti stagni. La sua opera monumentale, intitolata Il Metodo e sviluppata in sei volumi tra il 1977 e il 2004, ridefinisce i criteri della conoscenza umana proponendo il superamento del riduzionismo. Sul piano educativo, Morin ha promosso il concetto di una “testa ben fatta”, sostenendo una riforma pedagogica orientata a insegnare l’interconnessione dei saperi piuttosto che l’accumulo passivo di nozioni. Riconosciuto a livello internazionale, ha presieduto l’Associazione internazionale per il pensiero complesso e l’Agenzia europea per la cultura dell’UNESCO.
Eliza Anton
